MANGIARSI LE UNGHIE FA INGRASSARE

Ho preso 5 chili e ora non so cosa farmene.
Vorrei riportarli indietro come si fa con i vestiti di H&M.
“Buongiorno, mi scusi” direi “ma ho cambiato idea, non mi trovo poi così bene come pensavo.”
“Nessun problema, vuole sostituirli con qualcos’altro o le ridiamo indietro i soldi di tutto quello che ha mangiato quest’anno?”

Avevo delle amiche che quando erano giù di morale o erano nervose, non mangiavano.
Io ascoltavo i loro problemi con in mano un toast.
Avevo delle amiche che quando ero giù di morale o ero nervosa ascoltavano i miei problemi mentre mi mangiavo un toast.

E smettiamola con tutte queste stupidaggini che l’alcool fa ingrassare.
Il vino è fatto con la frutta. La frutta la mangiano quelle a dieta. Il vino fa dimagrire.

Quello che fa davvero ingrassare sono i problemi che periodicamente la vita ti mette sulla tavola.
“No, guardi Signora Vita, la ringrazio, ma sono davvero piena. Non si offenda ma mi sa che avanzo…”
Ma la vita è coma la nonna “…eeee mangiali piccirì! Lo so che c’è ancora un posticino-ino!”
E tu allora li mandi giù. Fino a che non ti hanno riempito il fegato.
E poi succede che ti mangi anche quello.

Per me, la citrosodina per digerire i-problemi-della-vita sono le unghie.
Le assumo regolarmente prima e dopo i pasti, così, tanto per essere sicura.

Se smettessi di mangiarmele, la pancia mi si appiattirebbe e la mia tartaruga uscirebbe finalmente da questo letargo che dura da 25 anni.

Quindi ho deciso di mettermi a dieta di unghie. (per i problemi aspetto la liposuzione)
Da Lunedì inizio.

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GUILLOTINE. Morire dal ridere. {racconto breve}

Questa è la storia di quando la vita si è presa gioco della morte, ma purtroppo non c’è nulla da ridere.

Che voi ci crediate o meno, c’è stato un tempo che per fortuna è andato perso, una Francia in cui essere felici non era concesso, ridere era pericoloso, far ridere era un affronto al volere del Re.

“Chi avrà un sorriso in faccia, non avrà più una testa!” aveva abbaiato al suo regno e come cani, i sudditi avevano ubbidito.

La risata, ahimè, è come il volto di un morto: con il passare del tempo, anche la memoria lo dimentica. Ecco perché chi smette di ridere, presto si dimentica come si fa.

A loro volta, i piaceri della vita diventarono fastidi. Le biblioteche erano piene di banchi di nebbia su cui sfogliare pagine di pietra; ai banconi delle taverne venivano versati bicchieri pieni di sabbia; fare l’amore faceva male.

Piano piano, la vita avevo perso i colori, proprio come se fosse un vecchio telo su cui ci siam lavati troppe volte le mani.

Li vedevi girare, questi cani di uomo, tra le strade rocciose senza una meta, senza una soddisfazione. In fondo, non c’è gioia di esistere, se non esistono gioie.

In questa Francia senza più un filo logico, c’era ancora qualcuno che, per mestiere e per diletto, cercava di tirarlo nella giusta direzione. Era Pierre, il vecchio burattinaio di Place Jeanne d’Arc.

Lui di ridere ne era ancora capace, ma non poteva perché se l’avessero sentito, sarebbe stato imprigionato. E si sa, il suono della risata è contagioso come la peste, e in quei tempi, altrettanto pericoloso.

Di anni ne aveva tanti, il vecchio Pierre, tanti quante erano le marionette che aveva nella sua bottega. La morte lo aspettava alle porte, ma lui decise che questa volta sarebbe uscito dal retro. Voleva andarsene a suo modo. In fondo, il miglior modo per sconfiggere la morte, pensò, è batterla sul tempo.

Per arrivare prima di lei, gli ci volle una notte intera.

Quando tutti erano rientrati nelle loro case, Pierre era uscito dalla sua bottega. Aveva portato con sé tutte le marionette a cui aveva dato vita in quegli anni ed era arrivato il momento di dar vita anche al più grande spettacolo che la Francia avesse mai visto.

Con chirurgica precisione, il vecchio burattinaio di Place Jeanne d’Arc aveva allestito scene teatrali per tutta la città. Le sue marionette erano ovunque e sembravano recitare da sole scene d’amore principesche, di guerre contro i draghi e di pirati coraggiosi. Si calavano dagli alberi, si appoggiavano sulle panchine, erano contro i muri, all’ingresso delle porte, nelle fontane, nelle foglie.

La città era diventata il palcoscenico di uno spettacolo a cui tutti avrebbero assistito.

Quando il sole si svegliò, alzandosi dalle colline, Pierre stava tornando verso la sua cara e vecchia bottega. Il suo stanco ciondolare venne però interrotto dalla risata di un bambino, il suono della vita. Si paralizzò, come se fosse egli stesso una marionetta e quella risata il suo burattinaio. Subito dopo ne sentì un’altra, gli arrivò forte e feroce come un pugno al cuore, ma senza dolore.

In poco tempo, scese sulla città una pioggia di risate. Ma in questa tempesta arrivarono come tuoni le guardie del Re che bussarono alle porte della bottega di Pierre.

Consapevole del suo destino, non oppose resistenza e venne portato immediatamente nella piazza della città.

Non si era mai visto prima un affronto del genere, ma si era sentito forte e chiaro e adesso l’unico rumore che il Re voleva udire, era quello della lama sulle ossa del collo del vecchio burattinaio.

Pierre venne trascinato senza gloria, ritrovandosi da solo davanti a una folla di gente mai vista prima che, col suo fetore, copriva il profumo della vita. Una folla paragonabile alle folle delle scommesse di corse sui cavalli o cani, di bestie, insomma; e lui bestia non era ma lo facevano sentire.

Una donna sotto di lui scosse in altre direzioni il suo pensiero, gridando:

“Guillotine!”

Più della parola, lo percosse il timbro di voce: un urlo animale pregno di sudore e paura. Paura. Ma di cosa? Perché la felicità aveva tutto d’un tratto spaventato tutti?

Col piede destro si fermò sul terzo e ultimo gradino della sua vita e questa volta si sentì vociare “Coupable! Colpevole!”

Ma a lui non dette fastidio: è come dire a un negro che la sua pelle non è bianca, sta a lui trovare nella verità l’insulto.

In ginocchio, con la testa immobile e lo sguardo fisso, Pierre notò davanti a lui un bambino che teneva fra le mani una sua marionetta. Gli sorrise e il bambino sorrise a sua volta. Questo bastava.

“Pierre Roux, lei è condannato a morte per aver fatto ridere la gente, per aver riso, per essere stato felice, per aver provato gioia e averla fatta provare ad altre persone.”

Disse il carceriere. E poi “Quali sono le sue ultime parole?”

Pierre rispose “Una vita senza risate, rende la morte piena di vita.”

E mentre scoppiò a ridere come se avesse cinque anni e gli stessero facendo il solletico, il carceriere gridò “Guillotine!”

La vita di Pierre finisce qui, ma la nostra storia continua e diventa la storia di Guilleume il giullare, di Francois il comico, di Sarah la scrittrice di favole, di Bernard il giocoliere e di altri eroi che si ricordarono come si fa a ridere.

Altre tremiladuecento persone vennero ghigliottinate perché avevano trovato il coraggio di essere felici, di ridere e far ridere; di morire piuttosto che vivere mossi dai fili freddi e metallici di un sovrano che aveva perso la ragione.

Questa storia finisce una notte di Ottobre, quando il Re si uccise nelle sue stanze.
Lo trovarono nel suo letto con le orecchie tagliate e un pugnale nel cuore.

Era tormentato, diceva, da delle risate che ogni notte provenivano dal cimitero.
 Si era infatti convinto che a ridere fossero gli uomini che aveva fatto ghigliottinare.

“Ho tagliato le loro teste perché ridevano e adesso le loro risate sono entrate nella mia e non vogliono più uscirne.”

In effetti, dice il becchino, c’è qualcosa di strano in quelle teste appoggiate l’una di fianco all’altra sui lunghi scaffali di pietra. Sul loro volto non c’è nessun segno di paura, anzi, ridono; sembrano tutti morti dal ridere.

RELAZIONI A DISTANZA MERDE E FUGGI

Una relazione a distanza è come un water di Villeroy & Boch:
costa un casino e, di tanto in tanto, dovrai mandare giù un po’ di merda.
Lo ammetto, io sono terrona dentro quindi anche alla più insignificante scoreggia mi viene da tirare l’acqua.

Ma credetemi quando dico che c’è un tipo di merda che, nonostante tutto,
torna sempre a galla.
E sapete perché torna sempre a galla?

Perché ha le tette (e neanche così grosse)

Ho dovuto fare un punto per arrivarne a capo
e mi sono confrontata con amiche e persone che come me
hanno un water di Villeroy & Boch a Londra:
e niente, a quanto pare sembra che ci sia più merda li che in una scuderia.

Ma poi, se ti tappi il naso e ti avvicini un po’, realizzi che in fondo tutto il mondo è scuderia e quindi tanto vale avere un WC che ti fa sentire speciale, anche se è a 1000 km di distanza, piuttosto che uno su cui non puoi neanche appoggiarti.

Quindi mi spiace, ma il mio water di Villeroy & Boch rimarrà occupato per ancora un bel po’ di tempo. Trovatevene un altro dove appoggiare le vostre chiappe.

Vorrei inoltre lanciare un messaggio a tutte le donne che come me hanno una relazione a distanza.
Care amiche, come sono solita dire, ricordatevi sempre che
le merde non lasciano un segno nel cuore delle persone, al massimo lasciano la strisciata.

DEAR SANTA. tag.

“E ma Santtàclaus!” dice tra sé e sé il Babbo sorseggiando CocaCola “ma quest’anno anche i blogger mi devono rompere le palle di neve con le loro lettere? Che vogliono? Cosa vorrebbero trovare sotto l’albero? Il loro libro? Un contratto con Feltrinelli?”

Ecco cosa pensa Babbo Natale di questa iniziativa tra blogger. Di che parlo? valeinperfection ha dato il via a una catena di lettere indirizzate al Vecchio per intasargli la casella mail. Ad avermi coinvolto è stato neogrigio , che ringrazio per cotanta gentilezza (ti devo un vinello)

Iniziamo con le regole + 1 regola che ho aggiunto io (e che se volete potete anche non levare, in fondo sono pur sempre una pubblicitaria, no?)

  • Citare da chi è partito il tag e chi vi ha nominato
  • Scrivere la letterina a babbo natale elencando cosa vi piacerebbe trovare sotto l’albero
  • Taggare 3 blog ed avvisarli
  • +1 Se capitate sotto al vischio, niente limone duro, diventate follower di hastalasvista.wordpress.com

 

E adesso sedetevi comodi, perché tocca a me…

Caro Babbo Natale,
facciamo un patto. Tu fai queste cose per me, non sono tante, e io, poi, ne faccio una per te (ma te la dico dopo)
Iniziamo.

1) Ti prego, ti prego, ti prego fai che legalizzino la marijuana.

2) Fai che tutte le persone che non rispettano la precedenza alle rotonde, e poi ti fanno anche il dito, passino un 2016 su un treno regionale.

3) Sotto l’albero vorrei trovare anche quei 10cm che il tuo amico Gesù si è dimenticato di darmi durante la pubertà.

4) Fai in modo che il rasoio lasci le gambe lisce, o che almeno la ceretta duri più di 2 settimane.

5) Ruba le palle degli alberi dei centri commerciali e regalale agli uomini che “appena torno dal lavoro ti chiamo” ed evidentemente sono stati chiusi nel magazzino e, per quanto ne so io, sono ancora li dentro. (fai attenzione, ci sarà molta gente in quel magazzino)

6) Ai vicini di casa che il sabato mattina appendono i quadri: fai che cadano tutti e gli si scrostino i muri.

7) Va bene la legge di gravità, ma non è che puoi chiedere, sempre al tuo amico Gesù, di fare un’eccezione per le mie tette e il mio didietro?  Tanto devi già sentirlo per il punto 3.

6) Questa è una dedica speciale: fai che Harrods apra in Italia perché c’è un tizio che ci lavora che deve riportare qui il suo culo.

7) Se non riesci per il punto 6, fai un tentativo con Top Shop. Non ci lavora nessuno che mi piace ma piutost che nient l’è mei piutost.

In cambio,
non dico a nessuno che sei il mio nonno
perché guarda che ti ho visto quando avevo 7 anni che eri tu!
Mica mi freghi a me!

Adesso nomino

gintoki

Curi
e

Tati

a scrivere una lettera al mio nonno.

ABBIAMO TUTTI UNA VERRUCA SUL TALLONE (prima-o-poi)

L’altro giorno una verruca mi ha aperto gli occhi.
In realtà prima di essere una verruca è stato un callo da 104 euro secondo il parere del mio dermatologo, poi è tornata ad essere una verruca secondo l’opinione di un’estetista, poi un’altra estetista mi ha assicurato che era un callo, poi mi sono rotta i coglioni e sono andata dal podologo e la mia verruca ha smesso di avere crisi di identità.

E proprio sul più bello, quando finalmente aveva fatto pace con se stessa e si era accettata per quella che era, ZAC, morta, crioterapata. Come se dal cielo le fosse caduto addosso un blocco di ghiaccio mentre se ne stava accoccolata sul mio morbido tallone a guardare Grey’s Anatomy.

Ma prima che le cadesse un blocco di ghiaccio sulla testa, la mia verruchina bipolare è stata grattugiata. Ed è qui che mi ha aperto gli occhi.

Prima della crioterapia il simpatico dermatologo (no, non quello che pensava che avessi un callo, un altro) ha dovuto liberare la zona per poter andare più in profondità. Non mi ha fatto male ma ho sentito fastidio e aiiiii, quanto mi sono lamentata.
Sembravo una vecchia al mare che si lamenta del caldo, della spiaggia che si è accorciata, dei giovani che corrono e dei giovani che stanno fermi e fanno ombra.
Ma nel momento in cui è arrivato il dolore vero, il nostro blocco di ghiaccio caduto dal cielo, non ho detto una parola. Non un suono.

E ho capito che facciamo così sempre, nella vita, intendo.
Che ci lamentiamo di cazzate, che quante ne abbiamo da dire sui fastidi della vita e quanto ci piace parlarne. Del lavoro che non ci soddisfa ma va bene così, di come non troviamo un uomo che sia alla nostra altezza o su come noi non siamo capaci di dimostrargli che siamo alla sua, della precedenza che non ci han dato alla rotonda, allo stop, al semaforo.
Ma quando invece c’è un dolore, un dolore vero, ce lo teniamo dentro. Stringiamo i denti e andiamo avanti e ce la prendiamo con i fastidi.
Perché i fastidi son di tutti; il dolore è solo nostro, quindi non una parola, non un suono.

Concordi o meno, avrete modo di pensarci anche voi, perché intanto la verruca io ve l’ho attaccata.

DIVANI&RIMANI

Ci sono 3 frasi da dire a un uomo per farlo scappare:

1. “Corri, c’è un orso che ci insegue.”
2. “È domenica mattina, andiamo all’Ikea?”
3. “Guarda che puoi rimanere a dormire se vuoi.”

E solitamente hai più possibilità di rivedere quel ragazzo dopo la frase numero 1 che dopo la frase numero 3.

Come se poi dormire insieme volesse dire -qualcosa- al giorno d’oggi.
Soprattutto se abiti in città. E non hai la macchina. E fuori diluvia. E sei in skateboard.

E allora, quando vedi la sua palpebra che inizia a sbattere velocemente, entri di culo in zona Cesarini e con gamba tesa intervieni “…il divano è abbastanza comodo!”

Ma tu menti, sai di mentire e se ne è accorto anche lui, che su quel divano c’è seduto e gli esce metà sedere.
Perché il tuo divano è più corto di una smart.
Ok che riesci ad incastrarlo tra la porta d’ingresso e la porta della camera del tuo minibilocale, ma non riesci ad incastrarci nessuno.

E pensi maledetta quella volta che non ho ascoltato la Ferillona che –Beato chi sò fa il sofà-

COME LA TERZA CORSIA PIÙ LIBERA A DESTRA

Capisci che nella tua vita qualcosa non funziona quando:
1. Il cameriere giapponese del ristorante giapponese ti dice “forever alone” (folevel)
2. Quando l’estetista risponde al tuo “sto bene, grazie” con “dalla faccia non sembra, sai?”
3. Quando la stessa estetista -che cambierò a breve- guardandoti le gambe dice “messa male, eh!”

Ecco che inizia un week end di introspezione che parte con il frigorifero.
Vuoto.
Boh, fatto.
No aspetta, c’è una bottiglia di coca e jack. Neanche una di coca e una di jack, proprio coca e jack già fatti perché altrimenti sarebbe troppo faticoso.
Prova frigo: non superata.

Guardo i libri sullo scaffale. Ne sto leggendo uno da due mesi. Due. Due mesi.
C’è quel segnalibro che mi implora di continuare, schiacciato tra le stesse due pagine, obbligato a vivere ogni giorno la stessa scena da due mesi. Due.
Prova lettura: non superata.

Un attimo, partiamo dalle basi.
Come dicono? Amore Salute Lavoro?

Amore.
Passiamo alla salute.

Salute.
Passiamoci sopra.

Lavoro.
Ci passo dalle 10 alle 12 ore al giorno, una volta fino alle 2 di notte. Una volta per 14 giorni.

Ecco perché scrivo poco sul blog.
Uno torna a casa e vuole o bere o dormire.
O entrambe, tipo bere dormendo.

Perché come fai a trovare l’amore se l’amore sta fuori e io sto in agenzia? (non me ne vogliano i colleghi maschi)

E forse è anche qui che sta il bandolo della matassa.

“trova un lavoro che ami e non dovrai lavorare neanche un giorno”
Dicevano.
Io dico:
“trova un lavoro che non consideri il tuo lavoro come la terza corsia più libera a destra e quelle nottate, quegli amori mancati, quella salute cagionevole magari saranno servite a qualcosa. Tipo la soddisfazione di essere una folevel alone con le gambe messe male

L’OMBRA DEL VICINO È SEMPRE PIÙ FRESCA.

Certe cose non cambiano mai.

Una coppia litiga con un’altra coppia perché una delle due ha rubato l’ombra all’altra.
-come se fosse possibile rubare un’ ombra-

E torno indietro nel tempo a quando avevo 9 anni, forse 10.

Ero al mare e ho visto un uomo che vendeva le collane sulla spiaggia.
In realtà ce ne sono per così di uomini che vendono le collane sulla spiaggia, ma lui era diverso.
Sorrideva.
Quando si è avvicinato per chiedere se volevo le sue collane, lui sorrideva.
Aveva due occhi scuri come gli scogli e brillavano, brillavano nel suo oceano di miseria.
Indossava gli abiti “da festa” con tanto di cravatta ma non era Domenica, non per lui.
Dio non era su quella spiaggia; sotto quel sole fastidioso, su quella sabbia bollente.
Avrei voluto chiedergli di lui. Sapere perché era li. Come ci era arrivato.
Chi era?
Con quel completo elegante, stropicciato, sporco, sudato, a piedi scalzi.
Era la sua pelle o era la sua corazza?
Con quel sorriso così pulito.
Era la sua pelle o era la sua corazza?

Ma la sola domanda che quella bambina che ero è riuscita a fare è stata:
“Hai fame?”
Allora gli ho dato le mie schiacciatine e lui le ha prese e quel sorriso si è trasformato in qualcos’altro. Più malinconico, quasi mortificato.
Quando si è allontanato, io avevo il cuore che mi usciva dal petto.
Ma solo io lo sentivo battere forte, perché tutti stavano a sentire la discussione che si era creata qualche fila più dietro: qualcuno aveva osato mettere il lettino sotto l’ombra dell’ombrellone di qualcun altro.

E ritorno ad avere 25 anni e vedo altri uomini vendere collane sulla spiaggia e vorrei offrire schiacciatine a tutti quanti.
E sento ancora il cuore uscirmi dal petto, ma anche quest’anno nessuno lo ha sentito perché tutti hanno l’orecchio teso ad ascoltare persone che litigano per cazzate e io, a loro, quelle schiacciatine vorrei davvero tirargliele in fronte.

NEL POLLAIO CHE VORREI…

Oltre alle collanine di plastica anni 90 e i pantaloni a zampa di elefante, sembra essere tornato di moda un esemplare di maschio su cui vorrei spendere due parole.

È quello che vive la vita come la vive un gallo in un pollaio.
Visto da fuori è un pennutaccio sgraziato e codardo, che basta che batti le mani e si spaventa.
Ma alle gallinacce, quando lo vedono, gli esce l’uovo.
E lui lo sa.
Basta che fa un po’ di coccodè e le galline tutto sono tranne che in fuga.

“Và che adesso feconda le mie di uova.” starnazza una
“A me ha anche offerto del mangime, l’altra sera.” coccodizza l’altra

Ma il gallo in fuga, per definizione, è in fuga.
Non mette su pulcini, perché dovrebbe?
Perché scegliere una gallina quando puoi avere il pollaio?

Attenta amica gallina, perché a furia di stare dietro al gallo in fuga le tue uova continueranno a diventare maionese.

E voi, esemplari di maschio-gallo-in-fuga ricordate che sì, è vero che piacete a tutte, ma alcune di noi continuano a preferirvi al forno.